Aneddoti

‘A pedata

Tanto tempo fa, si dice, il diavolo passò per Furore. Fu accolto male. Sulla via del ritorno all’Inferno, si fermò per fare un “atto grande”. Fatto che l’ ebbe, cercò una foglia per pulirsi, raccolse un ciuffo d’ ortica e vi lascio immaginare! Al colmo dell’ira e della delusione inveì:  “Furore feroce! Mal’acqua, mala gente,  pure ll’evere è malamente!” Così gridando, battè un piede a terra e squagliò. La pedata lasciò il segno indelebile sulla roccia nuda e diede il nome al luogo.

 

Le Janare

Diana era, fra l’altro, la dea delle arti magiche. Da qui la denominazione “dianara”, riferita alle sue sacerdotesse, corrotta poi nella voce dialettale “janara”. Ciò non solo spiega l’etimologia di questo termine, ma finisce per sostanziarne il significato, che rinvia a quello più comunemente usato di “strega”. Ma, attenzione. Stiamo parlando di una stregoneria non perversa, non maligna, bensì innocua e per molti aspetti benevola. La janara è più sirena che strega, più maliarda che malvagia, più seducente che diabolica. Gli stessi nostri nonni, nel raccontarne le alterne vicende, indulgevano spesso a una bonaria simpatia, a un compiaciuto ammiccamento. E’ janara, dunque, la donna che possiede l’arte di “arravuglià” l’uomo, la capacità di sedurlo, di incantarlo, fino a soggiogarlo. Una specie di fattucchiera, le cui pratiche magiche si sviluppano solo dopo la mezzanotte, quando, abbandonato furtivamente il talamo nuziale, essa raggiunge le sue colleghe per partecipare a raduni tenebrosi e a riti misteriosi negli orridi anfratti del Fiordo. Rituali indecifrabili, che si protraggono tutta la notte e si concludono con l’alzarsi in volo di questa moltitudine di invasate, improvvisamente alate, che stormeggiano sul mare fino a planare sulle coste del Cilento e da qui, “sott’acqua e sott’o viento, sotto ‘a noce ‘e Beneviento”, meta obbligata di tutte le streghe che si rispettino. Eppure ci vuole molto poco per metterle in crisi: basta una semplice scopa, appoggiata in posizione capovolta sull’uscio di casa. La magia, come per incanto, svanisce. La janara ne esce distrutta. Miracolo di una ramazza!

 

“Secacorne” ‘e Furorise

Quando l’artigianato era fiorente su tutta la Costa d’Amalfi e a Furore si lavorava al tornio il legno e l’osso, ricavandolo dalle corna degli animali al pascolo, esisteva pure una sorta di suddivisione di compiti, quasi un tacito patto di non belligeranza, o meglio, di non concorrenza. Gli abitanti dei vari paesi della Costiera erano spesso sinonimo dei mestieri svolti e potevano essere identificati attraverso le arti, alle quali si dedicavano. E’ anche vero che queste arti non sempre potevano dirsi nobili. Ma questo capita, come si suol dire, nelle migliori famiglie.

“So’ ‘pastare ‘e Minurise,

jettacantare Atranise;

sportellare ‘e Tramuntane,

attizzalite Amalfitane;

piscature so’ ‘e Conchise,

secacorne ‘e furorise;

bellu llino fa praiano,

cannavacci pusitano”.

 

 

Vottarono ’e sante abbascio

L’aneddoto è un po’ curioso, ma piuttosto stimolante. E’ storia? E’ leggenda? Accadde intorno al Seicento. Restano di esso alcuni fatti concreti, oltre all’antico adagio che qui si riferisce:

“Santo ]aco, miezo pazzo,

0 vottarono abbascio ‘a chiazza.

Sant Agnelo, malandrino,

‘0 vottarono dinte Pino.

Sant ‘Elia, puveriello.

‘o vottarono d’a Purtella”.

Breve, stringato, quasi giornalistico il riferimento. E poi? La statua di “Santo ]aco Viecchio” trovasi ancora oggi in casa Penna poco distante dalla chiesa. Raccolta nottetempo, più per alimentare il fuoco che per timore religioso, riuscì, dicono, a far desistere i Penna da questo proposito, rifornendo miracolosamente la legnaia e tutto il cortile a loro insaputa e con loro grande stupore. Sant’Agnelo, o meglio, San Michele, fu più discreto. Non lasciò traccia, se non nel nome della valle, nella quale fu buttato, che continua a chiamarsi “Vottara”. Sant’Elia, infine, creò il mistero. Scaraventato giù da Via Portella (porta inespugnabile di sbarramento a monte del Fiordo, contro le incursioni dei Saraceni) lasciò sugli scogli sottostanti, sui quali si sfracellò, il suo sangue santo. Macchie rosse e indelebili, malgrado il violento frangere dei flutti, resistono ancora oggi sulla scogliera. E’ veramente sangue? I vecchi di Furore non hanno alcun dubbio e aggiungono che nella ricorrenza annuale (qual è la storica data non è dato di sapere) esse si ravvivano, liquefacendosi. Fin qui tutto chiaro, o quasi. Ma se doveste chiedere: “Perchè questa furia sacrilega?”, nessuno saprebbe darvi una risposta. A meno che Furore, nome magico e bizzarro, non sia già di per sè una più che esauriente spiegazione.

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